LA NUOVA RIFORMA FALLIMENTARE & IMPRESA

Il termine fallimento fa paura, suscita terrore. Dietro ad un fallimento vi sono storie di disagio, di abbandono, non solo per i risvolti patrimoniali che ne conseguono, certamente non di poco conto, ma soprattutto per quelli umani e personali. In Italia, ancora oggi, fallire vuol dire avere “ingannato” i propri fornitori, dipendenti, in una parola il sistema satellite dell’impresa, si viene visti come persone non degne di stima e di fiducia.

Quanti piccoli imprenditori hanno visto fallire le proprie imprese non tanto per le avversità del mercato o per errori strategici ma, magari, perché pur avendo il ciclo delle vendite con segno positivo non hanno incassato i propri crediti causando così uno stato di insolvenza cronico. Tutto ciò assume un tratto ancora più miserevole se lo si inserisce in un contesto di impresa, quale quello italiano, dove le regole del gioco sono talmente contorte che si ha quasi l’impressione che le stesse siano state scritte scientemente per far perdere l’imprenditore, per far terminare la sua missione con il Game Over.

Pensiamo all’economia che ha sempre trainato l’occidente, che ha sempre visto il rischio un fattore chiave di crescita, che ha l’incubatore di start up innovative, Silicon Valley, più prolifico al mondo, dove l’attuale Presidente, Donald Trump, è stato un imprenditore fallito più volte.
Da questo non possiamo non convincerci che nel sistema giurisdizionale, sociale ed economico del nostro paese qualcosa non giri per il verso giusto. In questo contesto si inserisce la nuova legge fallimentare pubblicata in Gazzetta Ufficiale con il d.lgs. 14/2019.

Ancora non è chiaro se ci troviamo difronte ad una rivoluzione epocale rispetto all’impianto normativo del 1942 o ad una mera riorganizzazione delle varie leggi che da allora si sono susseguite.

Le principali novità:

  1. La prima riguarda l’eliminazione dall’ordinamento del “fallimento”, non solo come istituto, ma anche come termine. Ad esso si sostituisce la “liquidazione giudiziale”;
  2. La seconda, prevede l’introduzione della cosiddetta fase di allerta e prevenzione. Un sistema procedimentale che vuole garantire una emersione anticipata della crisi di impresa ed evitare, come purtroppo molto di frequente è accaduto in questi ultimi anni, che l’imprenditore acquisisca coscienza della crisi con grande ritardo, quando non vi sono più effettivi valori aziendali da salvaguardare. In questo processo viene posto a carico degli organi di controllo interni e di alcuni creditori pubblici qualificati (l’Agenzia delle entrate, l’INPS e l’agente della riscossione) l’obbligo di segnalare l’insorgere della crisi aziendale ad un organismo che sarà istituito presso le Camere di Commercio, cioè l’OCRI (Organismo di composizione della crisi di impresa);
  3. La terza, che segna una conferma nella evoluzione della legislazione concorsuale, si dà priorità di trattazione alle proposte che assicurano la continuità aziendale a discapito di quelle liquidatorie;
  4. La quarta riguarda le diverse modifiche del diritto societario: da un lato, con l’introduzione di nuovi canoni comportamentali per gli organi di gestione societaria finalizzati ad accertare tempestivamente la crisi; dall’altro con l’ampliamento dei casi di obbligatorietà dell’organo di controllo interno nelle s.r.l. (il che avrà un effetto immediato sul tipo societario più diffuso nel nostro Paese); dall’altro ancora con l’introduzione di nuove regole in materia di risarcimento dei danni nell’ambito delle azioni di responsabilità.

È evidente come la crisi conseguente alla quarta rivoluzione industriale continuerà a cambiare il dna dell’imprenditore o aspirante tale. Non più solo conoscenze tecniche riferite al proprio settore di investimento, ma anche, o soprattutto, accortezze gestionali nella conduzione dell’impresa. Quale bussola delle scelte aziendali il fattore guadagno assume un tratto importante ma non  più il solo determinante, ad esso infatti vanno affiancati, e non solo, il calcolo del margine di contribuzione, il controllo del cash flow di cassa e la conoscenza dell’indice di affidabilità, e quindi di rischio, del cliente.